Luoghi · 3 min di lettura
Il Colosseo: una profezia, 420 piante selvatiche e i marinai sul tetto
Perché si chiama Colosseo, come un botanico contò 420 piante che ci crescevano dentro e perché sul tetto lavoravano dei marinai. Ve lo racconta l'autista.

I romani non l’hanno mai chiamato Colosseo. Per loro era l’Anfiteatro Flavio, dal nome degli imperatori che lo costruirono: Vespasiano lo cominciò nel 72 d.C. sul lago prosciugato del palazzo privato di Nerone, restituendo al popolo la terra che Nerone si era preso, e suo figlio Tito lo inaugurò nell’80 con cento giorni di giochi. Il soprannome arrivò secoli dopo, e arrivò da una statua.
Il nome
Accanto all’anfiteatro stava il Colosso, una statua di bronzo di Nerone alta una trentina di metri, poi dotata di una testa da dio del sole e tenuta in piedi perché nessuno aveva il coraggio di fonderla. La gente diceva “vicino al Colosso”, e col tempo l’edificio prese il nome della statua. La prima volta che la parola compare per iscritto è in una profezia, in una cronaca medievale attribuita al monaco inglese Beda: finché starà il Colosseo starà Roma; quando cadrà il Colosseo cadrà Roma; e quando cadrà Roma, cadrà il mondo. I pellegrini medievali credevano anche che l’edificio fosse stato coperto, un tempo, da una cupola di bronzo. Non era vero. Aveva i marinai.
I marinai
Nelle giornate calde l’arena era ombreggiata dal velario, un enorme tendone di strisce di tela tese con corde a 240 pali di legno infilati nel piano più alto; le mensole di pietra che reggevano i pali sono ancora lì, all’esterno dell’attico. Manovrare tutta quella tela nel vento richiedeva uomini che se ne intendessero di corde, così un distaccamento di marinai della flotta imperiale stava di stanza in una caserma qui vicino per lavorare alle manovre. Sotto di loro sedevano cinquantamila persone, entrate gratis da ottanta arcate numerate, ognuna trovando la scala giusta in pochi minuti. Gli stadi moderni non hanno fatto molto meglio.
Le 420 piante
Per mille anni dopo la fine dei giochi il Colosseo è stato una cava, una fortezza della famiglia Frangipane, un ospedale e un giardino. Nell’Ottocento l’arena era un prato con alberi e rovine, come un’abbazia inglese, e i viaggiatori venivano a vederlo al chiaro di luna perché l’aveva fatto Byron. Nel 1855 un medico inglese, Richard Deakin, pubblicò un libro che catalogava 420 specie di piante che ci crescevano dentro, alcune africane e asiatiche e introvabili altrove in Europa. La sua ipotesi era che i semi fossero arrivati con il foraggio degli animali spediti per i giochi, e nessuno ne ha trovata una migliore. Dopo il 1870 il nuovo governo italiano estirpò tutto per salvare la pietra. I botanici se ne dispiacciono ancora. Guardate da vicino i muri esterni e vedrete i capperi e il finocchio selvatico che tornano.
Altre due cose
- La pietra che se n’è andata. I buchi che vedete dappertutto nel travertino sono i punti dove grappe di ferro tenevano insieme i blocchi; il ferro fu scavato via nel Medioevo e fuso. I blocchi, invece, sono finiti in palazzo Venezia, in palazzo Barberini e in San Pietro.
- La croce. Fu messa nel 2000 sul bordo dell’arena in ricordo dei martiri cristiani. Che qualcuno sia stato ucciso davvero qui è incerto; le esecuzioni di cui sappiamo avvennero nel Circo Massimo e nei giardini di Nerone, dove oggi c’è il Vaticano.
Buono a sapersi
- Il nostro tour in golf cart e il tour in Model T fanno una sosta fotografica davanti all’arena. L’esterno è comunque la parte che tutti fotografano, e con la partenza delle 19, all’ora blu, è illuminato.
- Per entrare serve un biglietto con orario comprato in anticipo; contate da un’ora e mezza a due ore. I sotterranei e gli ordini alti sono biglietti a parte.
- Il momento più tranquillo fuori è prima delle 8:30 del mattino, quando il terreno è ancora in ombra e le file alte prendono il sole.

Dal golf cart
Passateci davanti con noi
Questo luogo è sul percorso di questi tour: una sosta, una foto e la storia raccontata dal vostro autista.




